categoria:amici, siria
Nel caso abbiate a disposizione un Minollo o un paio di liocorni da regalarci ve ne saremmo eternamente grati. Saremmo lieti di aggiungere altre due specie al nostro piccolo ecosistema.
Partiamo giovedì mattina, dopo l’ennesimo litigio con il padrone di casa, reo di non averci procurato ancora una lavatrice nuova. Mi resta l’unico paio di mutande pulite, che mi accompagneranno nel bene e nel male per tutto il viaggio. In valigia solo un paio di pantaloni, dei calzini, la moleskine e una maglietta di ricambio. La macchina fotografica è nel borsello. Con il taxi arriviamo alla stazione del bus più vicina. Da qui partono microbus per Mar Musa, prima tappa del nostro viaggio. Il pulmino si avvia sotto il sole rovente delle 14. Attraversiamo decine di chilometri di deserto. Qualche gruppo di alberelli e arbusti rompe la monotonia del paesaggio di tanto in tanto. Con cento lire in più strappiamo all’autista un passaggio ai piedi delle montagne. In lontananza, quasi incastonato tra le rocce, c’è il monastero. Da vedetta romana, nel X secolo fu trasformato in monastero da Mar Musa (San Mosè). Abbandonato per decenni, nei primi anni ’80 fu rimesso in sesto da un prete italiano, padre Paolo. Il sole batte forte, ma riusciamo comunque a salire l’immensa scalinata che porta all’ingresso del monastero. Nessun portone, nessun cancello. Solo una porticina, con un’insegna: "Deir Mar Musa". Entro incuriosito e mi accoglie un vecchietto che subito mi chiede se ho sete o fame. Mary mi segue, e beve con me acqua e tè. Dei ragazzi sono affacciati alla terrazza che dà sull’immensa vallata sottostante; al piano di sopra ne scorgiamo altri. Tra loro c’è una italiana che conosciamo, seduta sotto una grande tenda con tre polacchi. Stiamo un po’ con loro, poi comincia la nostra visita. Partiamo dalla cappella, datata XI secolo. È bellissima, piccola, abbellita con affreschi antichissimi. Le immagini dei santi sembrano disegnate con pastelli. Poi decidiamo di camminare per il canyon alle spalle del monastero.
Ci fermiamo sotto una grotta adibita a cappella – o almeno così sembra per la croce poggiata su un lato e l’altare di pietra sul fondo – e leggiamo un libro. Torniamo dopo un’oretta, giusto in tempo per la preghiera e la meditazione.
Ora: non sono un credente, e neppure in gioventù sono stato mai tanto praticante. Ma ascoltare la messa in arabo, in una chiesa come quella, illuminata solo da fioche candele, seduto per terra su un tappeto a piedi scalzi, ha messo a dura prova il mio ateismo. Sembrava davvero di essere tornati ai tempi di Gesù. Anche perché nel monastero – che dista 14 chilometri di curve dalla cittadina più vicina – sembra che il tempo non sia passato (Lonely Placet docet). I fedeli – siriani ortodossi e cattolici di tutto il mondo – producono da sé formaggio, frutta e pane. La tv non esiste. L’energia elettrica la ottengono da vecchi generatori alimentati da pannelli solari, che servono anche a riscaldare l’acqua. Solo che spesso il sistema salta e quindi – come giovedì sera – non c’è neppure l’elettricità.
Restiamo
in meditazione in chiesa, poi usciamo per ritornare poco dopo, per la messa della sera. Ben presto ci accorgiamo che sono arrivati molti altri visitatori. Sono tutti indaffarati a preparare la cena. Ci uniamo a loro. In cambio del nostro aiuto potremo restare a dormire nel monastero. Mangiamo pasta, formaggi, pane e marmellata, tè. Poi salta l’elettricità e siamo costretti nostro malgrado ad andare a letto. Scelgo di dormire insieme ai polacchi e a un damasceno sotto le stelle. Prima, però, resto un po’ a parlare con un prete svizzero, che vive lì e che studia teologia a Roma. Come al solito la discussione assume presto una piega politica. Come tutti, qui, odia la politica statunitense in Medio Oriente, così come quella israeliana. Per uno che la pensa come me, non è difficile farsi amici – a prescindere dalla fede religiosa – qui nello Sharq alAusat. Poi mi stendo sul letto. È bellissimo. Da qui si vede pure Via Lattea – o almeno a me così sembra. È troppo bello per essere vero.
La mattina, alle prime luci dell’alba, scopro l’inganno: mi ritrovo assaltato dalle mosche e, mio malgrado, sono costretto ad alzarmi. Aspetto DUE ORE DUE Mary, che invece ha passato la notte nella zona riservata alle donne. Appuntamento alle otto e arriva PUNTUALMENTE alle 10 in PUNTO. Poco male. Facciamo colazione, salutiamo tutti e poi via. Direzione: Krak de Chevaliers (Qal’at al Hosn in arabo), il più bel castello crociato del mondo.
Dopo un week end all’insegna del relax e dello studio – per via dell’esame di Mariateresa – questo venerdì decidiamo di visitare Ma’alula, piccola cittadina a nord di Damasco. Viaggiamo con noi altri due italiani – un salernitano e una siciliana – che resteranno qui fino a settembre – da sottolinerare la data del ritorno in Italia: 11 settembre. Alla faccia della scaramanzia! – e che per ora vivono nella nostra stessa casa. Per raggiungere la città preferiamo prendere il bus: pieno fino all’orlo e vecchissimo, non passa certo inosservato, soprattutto per via del suo clacson, che ricorda il suono di qualche uccello tropicale. Per un’ora viaggio incollato a un uomo sulla cinquantina che come al solito, appena scopre che sono italiano, comincia la solita litania sulla Coppa del mondo, sulla gara con l’Ucraina e sul suo tifo per il Brasile e bla bla bla. Attorno a noi scorre un paesaggio brullo, semidesertico, sempre uguale per chilometri. Sulle montagne non c’è un filo d’erba e di alberi neanche a parlarne. In lontananza una striscia rocciosa forma quasi una muraglia sulla cima di una bassa catena montuosa. Soltanto dopo un’oretta di viaggio si intravede un’oasi sulla destra e, subito dietro, una cittadina stretta tra due monti: Ma’alula. Vista da lontano è più carina di quanto non sia. Certo, è caratteristica. Ma, a parte i due monasteri – di Santa Tecla e di San Sergio – non è affatto curata. È una delle ultime tre città al mondo dove ancora si parla l’aramaico, la lingua di Gesù, e anche per questo è una delle principali mete di pellegrinaggio della Siria. Più interessante del monastero di Santa Tecla – che, rincorsa dai romani che le imponevano di rinnegare la sua fede, avrebbe chiesto aiuto a Dio che le avrebbe aperto in due la montagna permettendole di fuggire e creando la piccola gola alle spalle del luogo di culto – è il monastero di San Sergio che, come molte chiese o moschee qui, era un sito dedicato precedentemente al culto pagano. La chiesa è datata 100 d. C. circa e all’interno è affascinante. Poverissima, e abbellita da colonne antiche, un altare di 2000 anni fa e un baldacchino in legno decorato del 300 d.C., è caratteristica per le sue porte, bassissime. Il motivo è che in questo modo si impone a chi entra di abbassarsi in segno di devozione. La vista da quassù è bellissima: le colline tutto intorno scendono dolcemente a valle, qua e là si scorge qualche ettaro coltivato a olivo o a vite, in basso spicca il verde dell’oasi circondata dal deserto. La gente di qui è, come al solito, accogliente. Mentre saliamo sulla cima della montagna ci ferma una ragazza di Damasco.
Presto scopriamo che studia italiano – lo parla pure benino – e che è a Ma’alula con gli scout o qualcosa del genere. Come al solito, ci invita a prendere un tè e subito ci troviamo circondati di ragazzi e ragazze che ci riempiono di domande sull’Italia,
Al
All’ ‘8 Domenico – l’altro italiano dell’allegra combriccola – colpisce in pieno i tavolini del ristorante sul lato della strada.
Al
I ragazzi prima così accoglienti ci salutano puzzati di scuorno, e noi proseguiamo la nostra visita. Mangiamo un panino al ristorante tipico arabo “
Quasi un anno fa, quando era quasi certo che mi trasferissi a Damasco ad ottobre e che ci rimanessi per oltre tre mesi, cominciai a studiare a fondo la Lonely Planet della Siria che i miei amici mi avevano regalato per la laurea. Viaggiavo con la mente, scrutavo a fondo la cartina della città nel tentativo di dare ordine al dedalo di stradine, incroci, vicoli ciechi che caratterizzano la Damasco antica. Quella, per intenderci, compresa nelle mura che i romani costruirono oltre 2000 anni fa.