domenica, 18 giugno 2006

RidaAvete presente quella sensazione per cui anche centinaia di chilometri lontano dalla propria citta' ci si sente come a casa? Bene, e`quello che mi e`successo ad Amman. E non per la citta' che, anzi, e` di gran lunga meno accogliente e bella di Damasco. Ma per le persone che ho incontrato. Tutti amici di Mary, che lo scorso anno ha fatto uno stage per una Ong proprio ad Amman. Ho frequentato per due giorni la sede della 'Jordanian Women Union' che da oltre cinquant'anni si occupa di diritti delle donne non solo in Giordania, ma in tutta l'area. Ho ascoltato storie di donne costrette a scappare dai loro mariti, o a fuggire dal loro paese d'origine - Palestina o Iraq - con la consapevolezza di non tornare mai piu'. Ho visto i loro figli e ho giocato con loro - a calcio naturalmente.

Poi, ho incontrato un uomo. Per caso, poco prima di ripartire per la Siria. Abu Tariq si chiama. Giordano di nascita, palestinese di origine. E` uno dei pochi uomini che frequentano l'Unione. Autista e tuttofare, la sua eleganza spicca nell'ambiente informale della Ong. Siamo subito entrati in confidenza, tanto che poche ore dopo il nostro primo incontro ha invitato me e Mariateresa a passare per casa sua e a rifocillarci prima del viaggio. Sotto mie insistenti pressioni abbiamo declinato l'invito - c'era l'Italia in tv e non potevo rischiare di perdemela. C'e` rimasto un po` male - rifiutare un invito qui e`haram - ma alla fine mi ha strappato la promessa di pranzare a casa sua la prossima volta che saremo ad Amman. Ritrovata l'intesa, mi sono lanciato in una discussione sulla Palestina e - piu` in particolare - sulla sua vita e su quella dei suoi familiari.

E' a quel punto che la sua espressione e`cambiata e con lei il suo tono di voce. Ha cominciato a raccontarmi della cacciata dei suoi genitori da Nablus da parte delle truppe inglesi. Avevano assicurato loro che avrebbero ottenuto il permesso di tornare dopo una sola settimana. "Sono cinquant'anni che aspetto che quella settimana finisca" mi ha detto.

In Palestina la sua famiglia possiede ettari di terreno e decine di negozi. "Nessuno ha toccato nulla", mi ha assicurato. I materassi della sua casa devono essere ancora li', cosi' come i mobili, sommersi da mezzo secolo di polvere.

Sono rimasto qualche minuto a fissare i suoi occhi. Non vi leggevo tristezza, solo rabbia, rancore. Ho cercato per un secondo di capire cosa si deve provare a vedersi privati d'un tratto di tutto cio' che si ha.

Ho provato a entrare nella testa di un uomo di mezza eta' che sa che non riuscira' a tornare - da vivo - nella terra dei suoi antenati. Una persona che e' ormai rassegnata e consapevole che il sogno di una vita non potra' mai realizzarsi. Ad Abu Tariq non e' permesso di tornare in quella che e' stata la patria dei suoi genitori e che lui sente essere la sua. E' nato in Giordania, e' vero, ma nel suo sguardo si leggono l'orgoglio e la fierezza del popolo di Palestina.

Forse, sul letto di morte, passera' il testimone ai suoi figli. Dovranno essere loro a combattere la battaglia che, finora, il loro padre non e' riuscito a vincere.

"Per gli ebrei i palestinesi si riprenderanno la loro terra nel 2021. Per me, vinceremo nel 2022", mi ha confessato con gli occhi pieni di speranza.

Chissa' se e' vero.

Di una cosa, pero, sono certo: quel giorno, se mai verra', io vorro' essere li'.

postato da: Bazzu alle ore giugno 18, 2006 11:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica, giordania