categoria:amici, siria
Dopo un week end all’insegna del relax e dello studio – per via dell’esame di Mariateresa – questo venerdì decidiamo di visitare Ma’alula, piccola cittadina a nord di Damasco. Viaggiamo con noi altri due italiani – un salernitano e una siciliana – che resteranno qui fino a settembre – da sottolinerare la data del ritorno in Italia: 11 settembre. Alla faccia della scaramanzia! – e che per ora vivono nella nostra stessa casa. Per raggiungere la città preferiamo prendere il bus: pieno fino all’orlo e vecchissimo, non passa certo inosservato, soprattutto per via del suo clacson, che ricorda il suono di qualche uccello tropicale. Per un’ora viaggio incollato a un uomo sulla cinquantina che come al solito, appena scopre che sono italiano, comincia la solita litania sulla Coppa del mondo, sulla gara con l’Ucraina e sul suo tifo per il Brasile e bla bla bla. Attorno a noi scorre un paesaggio brullo, semidesertico, sempre uguale per chilometri. Sulle montagne non c’è un filo d’erba e di alberi neanche a parlarne. In lontananza una striscia rocciosa forma quasi una muraglia sulla cima di una bassa catena montuosa. Soltanto dopo un’oretta di viaggio si intravede un’oasi sulla destra e, subito dietro, una cittadina stretta tra due monti: Ma’alula. Vista da lontano è più carina di quanto non sia. Certo, è caratteristica. Ma, a parte i due monasteri – di Santa Tecla e di San Sergio – non è affatto curata. È una delle ultime tre città al mondo dove ancora si parla l’aramaico, la lingua di Gesù, e anche per questo è una delle principali mete di pellegrinaggio della Siria. Più interessante del monastero di Santa Tecla – che, rincorsa dai romani che le imponevano di rinnegare la sua fede, avrebbe chiesto aiuto a Dio che le avrebbe aperto in due la montagna permettendole di fuggire e creando la piccola gola alle spalle del luogo di culto – è il monastero di San Sergio che, come molte chiese o moschee qui, era un sito dedicato precedentemente al culto pagano. La chiesa è datata 100 d. C. circa e all’interno è affascinante. Poverissima, e abbellita da colonne antiche, un altare di 2000 anni fa e un baldacchino in legno decorato del 300 d.C., è caratteristica per le sue porte, bassissime. Il motivo è che in questo modo si impone a chi entra di abbassarsi in segno di devozione. La vista da quassù è bellissima: le colline tutto intorno scendono dolcemente a valle, qua e là si scorge qualche ettaro coltivato a olivo o a vite, in basso spicca il verde dell’oasi circondata dal deserto. La gente di qui è, come al solito, accogliente. Mentre saliamo sulla cima della montagna ci ferma una ragazza di Damasco.
Presto scopriamo che studia italiano – lo parla pure benino – e che è a Ma’alula con gli scout o qualcosa del genere. Come al solito, ci invita a prendere un tè e subito ci troviamo circondati di ragazzi e ragazze che ci riempiono di domande sull’Italia,
Al
All’ ‘8 Domenico – l’altro italiano dell’allegra combriccola – colpisce in pieno i tavolini del ristorante sul lato della strada.
Al
I ragazzi prima così accoglienti ci salutano puzzati di scuorno, e noi proseguiamo la nostra visita. Mangiamo un panino al ristorante tipico arabo “
Questo post lo dedico agli affetti lontani.
Tra poco lascerò la mia città, le persone con cui sono cresciuto. Per la prima volta sarò via di casa per un lungo periodo. Ho aspettato per anni questo momento.
Ora che è arrivato, però, un pò di paura ce l'ho.
"Chi parte sa da che cosa fugge, ma non sa che cosa cerca". Vero. E allora da che cosa fuggo?
La quotidianità? Forse.
Intendiamoci, negli ultimi tempi di soddisfazioni me ne sono prese. Nello studio come nel lavoro.
Eppure sento che non è tempo di lasciare scorrere le ore seduto dietro a una scrivania.
E' tempo di muovermi, di agire. Conoscere gente, imparare quello che sui libri non potrei mai.
Per farlo sarò costretto a sacrificare - per qualche mese - i miei affetti più cari.
Non è da loro, certo che fuggo. Anzi, li cercherò in ognuna delle mie esperienze. I miei occhi saranno i loro, perchè è grazie a loro che ho imparato a vedere.
Non è la prima volta che devo rinunciare alla vicinanza di chi vorrei con me. Non sarà l'ultima.
Col tempo, se i miei progetti andranno in porto, sarò sempre più spesso in viaggio.
Lontano, a rincorrere la mia leggenda personale.
Se riuscirò a raggiungerla sarà soltanto grazie a loro. A tutti quelli che - in qualche modo - hanno contribuito a fare di me quello che sono.