venerdì, 03 novembre 2006
Il tempo è scaduto. Rieccomi di nuovo a Napoli.
Volevo restare di più a Damasco, ma poi ho deciso di tornare.
Il rientro non è stato facilissimo, ma sono ancora convinto di aver fatto la scelta giusta.
Avrei ancora tante, troppe cose da dire sulla mia esperienza. Lo farò.
Prima, però, sento l’obbligo di ringraziare tutte le persone che ne hanno fatto parte e che ora considero non amici, ma fratelli.
Grazie a ‘Ali, per avere avuto per primo la pazienza di starmi ad ascoltare nel mio arabo stentato.
Hussein, per essermi stato vicino sempre.
‘Aziz, per avermi regalato giornate di sane risate.
Hadi, per gli indimenticabili futur nel suo negozio.
Mustafa, per avermi insegnato a giocare a tawila.
Nur (detto Gorilla), per avermi ricordato che l’uomo discende dalla scimmia.
Ahmad e Samir, per la loro compagnia.
Hussein (detto Grande Fratello), per avermi trovato una splendida casetta.
 ‘Amir (detto ‘Er Principe’), non so perché.
Roberto, per le indimenticabili serate ad arak.
Giulia, per avermi dimostrato che la libertà viene prima di tutto.
Federico e Diego, per aver messo la loro allegria a disposizione del nostro gruppo.
Caramella, per i suoi squisiti caffè.
Francesca, per avermi ricordato che l’uomo è ancora moralmente superiore alla donna.
Zorro, per avermi fatto compagnia nelle nottate di studio in cortile.
Teresa, per avermi invitato in Andalucia.
Zakaria, per avermi aperto le porte alla vera cultura siriana.
Rakan, professore insostituibile.
Grazie a Mariateresa, per avermi sopportato nella stessa casa per cinque mesi e a me stesso, per aver sopportato lei.
Ci rivedremo, spero, presto.
Fino ad allora, buona fortuna a tutti!
postato da: Bazzu alle ore novembre 03, 2006 10:23 | Permalink | commenti (2)
categoria:amici, siria
sabato, 01 luglio 2006

MaDopo un week end all’insegna del relax e dello studio – per via dell’esame di Mariateresa – questo venerdì decidiamo di visitare Ma’alula, piccola cittadina a nord di Damasco. Viaggiamo con noi altri due italiani – un salernitano e una siciliana – che resteranno qui fino a settembre – da sottolinerare la data del ritorno in Italia: 11 settembre. Alla faccia della scaramanzia! – e che per ora vivono nella nostra stessa casa. Per raggiungere la città preferiamo prendere il bus: pieno fino all’orlo e vecchissimo, non passa certo inosservato, soprattutto per via del suo clacson, che ricorda il suono di qualche uccello tropicale. Per un’ora viaggio incollato a un uomo sulla cinquantina che come al solito, appena scopre che sono italiano, comincia la solita litania sulla Coppa del mondo, sulla gara con l’Ucraina e sul suo tifo per il Brasile e bla bla bla. Attorno a noi scorre un paesaggio brullo, semidesertico, sempre uguale per chilometri. Sulle montagne non c’è un filo d’erba e di alberi neanche a parlarne. In lontananza una striscia rocciosa forma quasi una muraglia sulla cima di una bassa catena montuosa. Soltanto dopo un’oretta di viaggio si intravede un’oasi sulla destra e, subito dietro, una cittadina stretta tra due monti: Ma’alula. Vista da lontano è più carina di quanto non sia. Certo, è caratteristica. Ma, a parte i due monasteri – di Santa Tecla e di San Sergio – non è affatto curata. È una delle ultime tre città al mondo dove ancora si parla l’aramaico, la lingua di Gesù, e anche per questo è una delle principali mete di pellegrinaggio della Siria. Più interessante del monastero di Santa Tecla – che, rincorsa dai romani che le imponevano di rinnegare la sua fede, avrebbe chiesto aiuto a Dio che le avrebbe aperto in due la montagna permettendole di fuggire e creando la piccola gola alle spalle del luogo di culto – è il monastero di San Sergio che, come molte chiese o moschee qui, era un sito dedicato precedentemente al culto pagano. La chiesa è datata 100 d. C. circa e all’interno è affascinante. Poverissima, e abbellita da colonne antiche, un altare di 2000 anni fa e un baldacchino in legno decorato del 300 d.C., è caratteristica per le sue porte, bassissime. Il motivo è che in questo modo si impone a chi entra di abbassarsi in segno di devozione. La vista da quassù è bellissima: le colline tutto intorno scendono dolcemente a valle, qua e là si scorge qualche ettaro coltivato a olivo o a vite, in basso spicca il verde dell’oasi circondata dal deserto. La gente di qui è, come al solito, accogliente. Mentre saliamo sulla cima della montagna ci ferma una ragazza di Damasco.

Presto scopriamo che studia italiano – lo parla pure benino – e che è a Ma’alula con gli scout o qualcosa del genere. Come al solito, ci invita a prendere un tè e subito ci troviamo circondati di ragazzi e ragazze che ci riempiono di domande sull’Italia, la Siria, e, manco a dirlo la Coppa del Mondo. Dopo le foto di rito ci chiedono di giocare a calcio-pallavolo con loro. Ci bastano pochi minuti per apparare le nostre solite figure di niente.

Al 3’ Mariateresa mira in baker il centro della gola. La palla si perde nei meandri del siq, per poi essere ritrovata miracolosamente da un passante qualche minuto dopo.

All’ ‘8 Domenico – l’altro italiano dell’allegra combriccola – colpisce in pieno i tavolini del ristorante sul lato della strada.

Al 10’ di collo piede mando la palla sul telone dello stesso ristorante e a questo punto scatta la reazione del proprietario che, incazzato nero, ci invita a farla finita.

I ragazzi prima così accoglienti ci salutano puzzati di scuorno, e noi proseguiamo la nostra visita. Mangiamo un panino al ristorante tipico arabo “La Grotta”, poi ci incamminiamo verso la fermata del bus di ritorno: non c’è più tempo, alle dieci c’è l’Italia.

postato da: Bazzu alle ore luglio 01, 2006 23:43 | Permalink | commenti (2)
categoria:amici, siria
domenica, 11 giugno 2006
Ore 19.30. Dopo cinque ore di terrore – chi ha visto “L’aereo più pazzo del mondo” può capire cosa intendo - atterriamo finalmente a Damasco. È il tramonto, è bellissimo. Mariateresa non risponde ai miei messaggi e comincio ad andare in panico. Non so dove andare, non so che fare. Addio sorpresa. Mi preparo all’idea di una notte in una bettola della periferia damascena. Il mio cellulare, come al solito, comincia ad accusare segni di cedimento. Batteria scarica. Le mando l’ultimo messaggio, disperato. Poi, il mio Nokia muore e mi trovo solo come un coglione all’aeroporto. Pieno di bagagli pesantissimi, cerco disperatamente una cabina. La trovo con l’aiuto di un tassinaro pezzotto che poco dopo mi accompagnerà al centro. Chiamo Mary che, quasi urlando al telefono, mi dice di farmi accompagnare a Piazza Bab Touma. Bene. Salgo in macchina, e, dopo pochi metri, mi rendo conto di quanto siano pazzi gli arabi alla guida. Terrorizzato e incollato al sedile posteriore vedo le macchine che sfrecciano da ogni parte.
Arriviamo al centro e guardo l’orologio.
Aeroporto-Bab Touma 15 minuti netti. È record.
Vedo Mary, scendo dall’auto, ma non posso neppure abbracciarla, pena la castrazione pubblica immediata. Scappiamo a casa e ci salutiamo per bene.
Poi, giro notturno per il centro: ci perdiamo nel dedalo di viuzze e scalette della parte antica della città. Qui è tutto rotto. Le strade sono piene di buche. Le case, di fango e legno, si accartocciano su sé stesse, quasi implodono. Alcune si accasciano su un lato, reggendosi sui palazzi vicini. Mi sto già innamorando di questo posto. Ad ogni angolo un odore diverso ci travolge: sono tutti fortissimi, alcuni sgradevoli, ma sempre molto intensi.
Le gambe vanno ormai da sole, poi sentiamo il suono di un ‘ud che viene da un ristorante. Sembra che qui non abbiano mai visto un turista e infatti ci accolgono tutti quasi fossimo alieni. Con grande disappunto scopriamo presto che qui non c’è nessun ‘ud: solo un tizio – tristissimo – che con la pianola accompagna un cantante alquanto tamarro.
Qui sono tutti allegrissimi. Chiamano a ballare Mary, io fumo la mia arghila nell’angolo e mangio un po’ di insalata. Non avrei dovuto farlo.
Dopo pochi minuti comincio a sentire lo stomaco che protesta.
Si sarebbe vendicato il giorno dopo.
postato da: Bazzu alle ore giugno 11, 2006 16:53 | Permalink | commenti (1)
categoria:amici, siria
lunedì, 05 giugno 2006

Io e FlaQuesto post lo dedico agli affetti lontani.

Tra poco lascerò la mia città, le persone con cui sono cresciuto. Per la prima volta sarò via di casa per un lungo periodo. Ho aspettato per anni questo momento.

Ora che è arrivato, però, un pò di paura ce l'ho.

"Chi parte sa da che cosa fugge, ma non sa che cosa cerca". Vero. E allora da che cosa fuggo?

La quotidianità? Forse.

Intendiamoci, negli ultimi tempi di soddisfazioni me ne sono prese. Nello studio come nel lavoro.

Eppure sento che non è tempo di lasciare scorrere le ore seduto dietro a una scrivania.

E' tempo di muovermi, di agire. Conoscere gente, imparare quello che sui libri non potrei mai.

Per farlo sarò costretto a sacrificare - per qualche mese - i miei affetti più cari.

Non è da loro, certo che fuggo. Anzi, li cercherò in ognuna delle mie esperienze. I miei occhi saranno i loro, perchè è grazie a loro che ho imparato a vedere.

Non è la prima volta che devo rinunciare alla vicinanza di chi vorrei con me. Non sarà l'ultima.

Col tempo, se i miei progetti andranno in porto, sarò sempre più spesso in viaggio.

Lontano, a rincorrere la mia leggenda personale.

Se riuscirò a raggiungerla sarà soltanto grazie a loro. A tutti quelli che - in qualche modo - hanno contribuito a fare di me quello che sono.

postato da: Bazzu alle ore giugno 05, 2006 21:32 | Permalink | commenti (5)
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