Ho aspettato a lungo che le acque si calmassero e che la situazione tornasse alla normalità, o quasi. Poi sono partito.
Destinazione? Libano, of course.
La guerra ha solo rimandato la mia visita a quello che io considero uno dei più affascinanti paesi del Medio Oriente.
Per la sua storia antichissima, per i suoi straordinari paesaggi e il suo mare, per le vicende che ne hanno fatto il fulcro della politica contemporanea araba, per la sua gente e, infine, per vedere con i miei occhi quello che fino ad allora avevo potuto solo immaginare attraverso gli schermi della tv.
La tentazione era fortissima e non ho saputo resistere.
Ho scelto di non visitare il sud, la zona maggiormente colpita dagli attacchi israeliani.
Troppo pericoloso per chi, come me, non è un eroe né prova a farlo.
Con il dispiegamento delle forze UNIFIL in atto, poi, avrei probabilmente speso la maggior parte del tempo in auto fermo a posti di blocco vari.
Per non parlare della popolazione locale, che non avrebbe visto di buon occhio la presenza di un giovane italiano macchina fotografica-munito.
La partenza
Alle 15 di domenica prendo il taxi, accompagnato come al solito dalla mia insostituibile compagna di viaggio. La stazione di Baramke dista circa un’ora e mezza dal centro di Beirut. In realtà, appena passiamo il confine ci rendiamo conto che il viaggio durerà molto di più.
Prima lo scheletro ribaltato di un camion sul ciglio stradale. Poi, una strada distrutta, a Chtaura, che ci costringe a deviare. Sulla destra un campo profughi palestinese, poco più avanti i resti di una fabbrica di latte piegata dal fuoco nemico.
Ogni mille metri circa, uomini dell’esercito kalashnikov alla mano sorvegliano le auto in transito. Sui loro volti la stanchezza di giornate interminabili passate a fissare la strada ma, soprattutto, la consapevolezza della propria debolezza e inutilità.
Mi torna alla mente il pensiero di un ragazzo che conobbi un anno fa circa a Bilbao. Non ricordo nemmeno il suo nome, ma mi è sempre rimasto impresso quanto mi disse una sera, davanti a una pinta di birra spagnola, mentre parlavamo di politica. “Uno stato senza esercito non esiste. Semplicemente non c’è”. Allora le sue parole mi sembrarono assurde. Ora so che aveva ragione.
A partire dall’indipendenza – conquistata oltre cinquant’anni fa - in Libano non c’è mai stato un esercito vero e proprio.
Questo spiega perché per 17 anni si sia consumata in questa terra una delle più sanguinose guerre civili della storia; perché per oltre 20 anni l’esercito siriano abbia potuto controllare il territorio libanese trasformando il paese dei cedri in un suo protettorato; perché da oltre 30 anni Israele violi il diritto internazionale valicando i suoi confini e occupando la parte meridionale del paese; ma soprattutto, questo spiega il sostegno che Hezbollah ha potuto conquistarsi nel tempo.
Il “Partito di Dio” sciita, dapprima accolto con diffidenza dai libanesi per le sue posizioni estremiste, è oggi sostenuto anche da sunniti, drusi, e perfino dai cristiani, avendo rappresentato per anni – e fino ad oggi – l’unica forza capace di rispondere alle offensive israeliane.
La strada è piena di curve, il paesaggio è bellissimo.
Un altro ponte distrutto, siamo di nuovo costretti a cambiare tragitto. Passiamo per un paio di paesini di montagna immersi nel verde. Da lontano sentiamo alcuni clacson che suonano all’impazzata. Poco dopo incrociamo una Mercedes, seguita da un’altra decina di auto, addobbata a festa. È un matrimonio. Di cortei del genere ne avremmo incontrati molti altri. A Beirut, a Tripoli, a Baalbek. A neanche un mese dalla fine della guerra qui la gente di sposa, ha voglia di ricominciare.
Un paio di tornanti dopo scorgiamo il mare e, in lontananza, i grattacieli della capitale.
Welcome to Beirut
Ho cominciato a conoscere Beirut un paio di anni fa, attraverso i racconti di Mahmud Darwish, autore palestinese rifugiato in Libano negli anni ‘70.
La città, ora, mi si presenta proprio come me l’immaginavo.

Il vecchio Holiday Inn – inaugurato pochi giorni prima dell’inizio della guerra civile – ne è il simbolo.
Per la sua posizione strategica e per la sua altezza il grattacielo fu utilizzato dai cecchini delle diverse parti in conflitto. Non ne rimane che lo scheletro, forato in più parti da colpi di mitragliatrice o di mortaio. Al lato gli uffici nuovissimi della HSBC, poco più in là il Phoenicia, l’albergo extralusso che ospita le personalità che di tanto in tanto visitano la capitale.
Lo stesso scenario surreale si presenta in tutto il resto della città: centri commerciali, grandi alberghi, banche si alternano a palazzi semidistrutti - in alcuni casi ancora abitati - eredità della lotta fratricida conclusasi oltre 16 anni fa.
Fa eccezione Downtown, piccola Parigi simbolo della rinascita del paese, ricostruita in fretta e furia dopo la fine della guerra civile.
L’Home Valery – una pensioncina piuttosto bohèmien – è all’interno di una palazzina a pochi passi dalla Corniche, il lungomare.
Posiamo le valigie e facciamo una passeggiata al tramonto. Mangiamo qualcosa in un ristorante vicino al faro, poi proseguiamo fino al promontorio che affaccia su due splendidi faraglioni. La vista è bellissima. Proviamo a incamminarci verso Ashrafiyye, pensiamo di sederci in uno dei locali alla moda della zona. Tentativo fallito. Stanchi morti, ci fermiamo a metà strada e torniamo alla pensione.
Il Purgatorio
Lunedì mattina ci svegliamo relativamente presto e ci incamminiamo verso Downtown. Compriamo il Daily Star - finalmente un giornale degno di questo nome dopo i tre mesi di squallore dei quotidiani siriani - e proviamo a scattare qualche foto. Ci si avvicina prontamente una guardia della sicurezza privata del Phoenicia. Ci dice che un ‘ordine presidenziale’ vieta a chiunque di scattare. Rimaniamo sconcertati. Soltanto poche ore scopriamo il vero motivo del divieto.
Arriviamo a piazza Etoile, di fronte al parlamento libanese, dove una Ong ha allestito una mostra fotografica dal titolo “Aerei contro bambini”. Le foto sono raccapriccianti. Alcuni passanti si fermano incuriositi, altri passano avanti, ormai assuefatti a quelle immagini di guerra. Proseguiamo fino a piazza della liberazione, dove scorgiamo uno stand enorme. È il mausoleo di Hariri, ex premier libanese saltato in aria quasi due anni fa. Un cartellone luminoso – ben presto scopriremo che ce n’è uno ad ogni angolo della città – indica che dal giorno dell’attentato sono passati per la precisione 581 giorni. Da allora a Beirut dominano i megaposter del defunto presidente, a dimostrazione che anche l’unico paese ‘democratico’ del Medio Oriente non sfugge al culto del capo così forte nel resto dei paesi arabi.
Mangiamo qualcosa al volo poi, dopo una breve sosta in pensione, fermiamo il primo taxi.
L’inferno
“Di dove siete?”, chiede l’autista, un uomo sulla cinquantina. “Italiani”, rispondo io e pronto alla solita discussione sulla vittoria della Coppa del Mondo, su Zidane, Materazzi e via dicendo. E invece mi sento dire: “Italia! Berlinguer! Ah, non ci sono più uomini come lui!”.
Oddio.
Abbiamo beccato l’unico tassista comunista di Beirut.
Parte la discussione politica. Durante tutto il tragitto verso la periferia sud di Beirut – la zona maggiormente colpita dai bombardamenti israeliani – ‘Ali mi racconta la storia del Partito Comunista Libanese che alle ultime elezioni si è attestato intorno al 17 per cento. Mi spiega, con orgoglio, che gli shiyyu’in (nome impronunciabile per ‘comunisti’) libanesi sono stati i primi a organizzare la lotta contro gli israeliani. Più tardi mi confesserà che, trent’anni orsono, lasciò la sua professione di insegnante per entrare nelle fila dell’esercito di resistenza.
“E Hezbollah?”, gli chiedo io. “Quelli sono venuti dopo”.
“E della resistenza attuale che ne pensi?”.
“Non mi interessa che a combattere sia questo o quel partito – mi risponde un po’ turbato, dopo un attimo di esitazione - L’importante è resistere. Io sostengo chiunque guidi la resistenza”.
Continuiamo a parlare fino a quando, alla nostra destra, scorgiamo il primo cumulo di macerie.
“Qui c’era una palazzina a otto piani”, mi dice. Al centro, a una decina di metri sotto il livello stradale, una ruspa toglie via le pietre. Di fronte a noi un ponte autostradale distrutto.
Scattiamo foto dall’auto, cercando di essere quanto più discreti possibile.
“Quello è il quartier generale di Hezbollah” e indica col dito la strada davanti a noi. “Cosa volete fare?”. “Beh, portaci lì”.
“Va bene. Ma solo perché sei comunista. Se volete che vi riaccompagni a casa, poi, il prezzo è raddoppiato”.
“D’accordo. Andiamo”.
Polvere e distruzione
Che si tratti del quartier generale di Hezbollah a Beirut non è proprio difficile capirlo. Ai ritratti di Hariri di Downtown qui si sostituiscono le foto di Nasrallah. Le bandiere gialle sono ovunque, così come gli striscioni che invitano alla resistenza. Passiamo accanto alla sede di “Al Manar”, la tv del partito, più volte oggetto degli attacchi israeliani. Le strade hanno un aspetto familiare, l’intera zona somiglia in maniera inquietante al quartiere dove abitiamo a Damasco. Tutt’altra cosa rispetto agli splendidi viali pieni di ristoranti e bar che abbiamo visitato poche ore prima.Tutt’intorno polvere e distruzione. Alcuni palazzi sono accasciati su sé stessi, ridotti a un ammasso di pietre o in alcuni casi letteralmente squagliati dai missili lanciati dagli aerei israeliani; altri sono rimasti in piedi, anche se mozzati dei piani superiori.
In lontananza scorgiamo un palazzo-groviera ormai abbandonato, sul quale sventola una bandiera italiana, ricordo lontano degli ultimi mondiali. Mi chiedo se quella famiglia che tifava Italia sia ancora viva.

Scendere dall’auto per scattare foto è impossibile. ‘Ali non ha neppure voglia di fermarsi qui.
“Non vorrei - spiega - che pensassero che siete spie”. “Durante la guerra – continua - qui ci venivano spesso i giornalisti. Alcuni di loro lavoravano per i servizi segreti israeliani. Scendevano dall’auto e scattavano foto ai palazzi dove, secondo loro, si nascondevano gli uomini di Hezbollah. Dopo cinque minuti arrivavano gli aerei che in pochi secondi li riducevano a un ammasso di macerie”. “Una volta una spia irachena non ha avuto neppure il tempo di scappare: gli israeliani hanno ammazzato pure lui” aggiunge ridendo.
Dopo una mezz’oretta torniamo al centro. Continuiamo a parlare della resistenza, della situazione in Medio Oriente, dei caschi blu italiani. Scendiamo sul lungomare.
“Grazie ‘Ali”.
“Grazie a voi. Ci rivediamo presto, quando qui la situazione sarà migliore”.
“In sha’ Allah”.
Le radici dell’odio
A sera, dopo un costosissimo mojito in un bar di Ashrafiye ci incamminiamo verso casa. A pochi passi dal locale c’è un negozio ancora aperto. Compriamo delle sigarette e facciamo per andarcene quando il proprietario ci ferma chiedendoci di dove siamo.
“Italiani”.
“Ahlan wa sahlan fi Lubnan (Benvenuti in Libano). Che ci fate qui?”
“Siamo in gita. Viviamo a Damasco”.
L’avessi mai detto.
“Cosa studiate a Damasco?”.
“La lingua”.
“Bene. Ma mi raccomando: non studiate altro”.
E qui comincia una discussione interminabile sulla Siria, che lui odia a morte.
“E’ sporca e i siriani sono zozzi” dice. “Anche se, a dire il vero i cristiani sono un po’ meno sporchi”, aggiunge. Comincio a insospettirmi.
“Beh è vero. Dopotutto, però, sono arabi come voi. Perché ne parli con disprezzo?”
“ARABI COME NOI? Che dici? Noi siamo FENICI!”.
Non posso dire di non invidiare quest’uomo. Se dovessi chiedermi cosa sono davvero io non saprei rispondermi. Greco, Romano, Normanno, Spagnolo, Francese, Arabo? Lui, invece, è sicuro delle sue origini. Come se 7000 anni non fossero mai passati.
Arriva persino a dire che gli italiani somigliano somaticamente ai libanesi in virtù della dominazione fenicia prima di attaccare la cantilena sulla superiorità del popolo libanese sul resto del pianeta e, chiaramente, sul resto del Medio Oriente.
“Noi abbiamo inventato l’alfabeto. Questa terra ha una storia di più di 9000 anni”. Gli ricordo che i fenici hanno vissuto anche in Siria.
“Si ma poco, tanto è vero che non hanno lasciato nulla. Lì c’è il deserto. La Siria non ha storia”.
Mi faccio una risata e gli chiedo se l’ha mai visitata.
“No, non potrei. Sarebbe come affondare il braccio in un cesso. Primo: mi fa schifo. Secondo: quando lo tiro fuori puzzo. E io non voglio puzzare”.
Poi aggiunge, serio: “A dire il vero qualche posto carino ce l’hanno pure loro: Seydnayya, Deir Mar Musa, Maalula”. Vale a dire i centri più importanti del cristianesimo siriano. Continua a parlare ed è chiaro che oggetto del suo disgusto non è solo la Siria, ma tutti i musulmani, compresi i libanesi malgrado le comuni radici fenice.
Comincio a odiare quest’uomo. Incrocio lo sguardo insofferente di Mariateresa. Vuole tornare a casa. La discussione, però, si sta facendo interessante e non voglio troncarla: non ho mai incontrato prima un cristiano maronita e tantomeno un fondamentalista.
Fu in seguito a un attacco delle falangi maronite a un pullman di palestinesi che, nel 1975, scoppiò la guerra civile in Libano. Per i 17 anni che seguirono furono vittime degli attacchi musulmani, ma anche autori di crimini orrendi spesso perpetrati con il sostegno di Israele (uno dei quali, l’attacco ai campi profughi di Sabra e Chatila, è passato alla storia come una delle carneficine più orribili della storia contemporanea). Se qui la guerra civile è durata tanto è anche grazie a persone come questa, che con le loro idee folli hanno alimentato l’odio.
Parliamo a lungo. Dopo un po’, però, mi annoio. Non fa che ripetere sempre le stesse cose.
Poi, mi chiede informazioni sull’Italia che, dice, visiterà a breve.
“C’è la mafia lì vero?”.
“La mafia è ovunque – gli rispondo - In Italia, in Russia, in America e persino in Libano come dimostra la salita al potere di Hariri”.
Spiazzato, cambia subito argomento e mi chiede il mio numero in Italia con indirizzo. Quello siriano non lo vuole. Non chiamerebbe mai.
“Quando vengo lì ci vediamo, vero? Non è che fai finta di non riconoscermi quando ti chiamo?”. “No. No davvero. Ci vediamo. Ora però dobbiamo andare. Domani partiamo di nuovo”.
“Ok. Chiudo il negozio e vi accompagno alla pensione”.
Il mare non bagna Byblos
Poco dopo l'inizio della guerra Amir Peretz (comunista e fondatore della associazione “Peace Now”, ndr), sottolineo' come fosse stato stupido per i libanesi attaccare Israele in piena stagione turistica.
Ora so a cosa si riferiva.
Martedì partiamo per Byblos, fino a prima della guerra uno dei più importanti centri turistici libanesi. Di stranieri, però, non c’è neppure l’ombra. Il cielo è terso e fa caldo, ma le spiagge sono vuote così come l’albergo che scegliamo. Quando ci affacciamo dalla finestra della nostra stanza capiamo il perché. 

Il mare è sporco e gli scogli sono neri, ricoperti del petrolio delle navi libanesi affondate dalla flotta israeliana. Optiamo per la piscina, quindi, anch’essa semivuota. A sera camminiamo per le splendide viuzze del suq, poi scendiamo al porto. Anche qui il petrolio è ovunque. Ai bordi delle barche, sulla banchina, sulle mura fenicie a pelo d’acqua. I ristoranti – salvo rare eccezioni – vuoti. Fa strano pensare che questo posto ha ospitato alcune delle più importanti personalità internazionali: attori, politici, cantanti di fama mondiale attraccavano qui i loro yacht e si fermavano per qualche notte, affascinati dalla bellezza del luogo.
Il giorno dopo visitiamo le splendide rovine fenicie sul promontorio della città, poi ci incamminiamo verso Tartus – città anonima se non fosse per il coloratissimo e affollatissimo suq, dove i negozianti ci vietano di fare foto, citando ancora una volta presunte indicazioni governative in questo senso.
Ci resta l’ultima tappa: Baalbek.
L’ultima tappa
Per come me l’avevano descritta la valle della Bekaa me l’aspettavo diversa. Il paesaggio della regione del vino – e dell’hashish – è molto più desolante di quanto pensassi. Sarà perché è estate, sarà perché le fabbriche e le fattorie che rendevano quest’area una delle più produttive dell’intero Libano sono state distrutte un mese fa. Qui, però - a differenza che a Beirut – Israele non ha fatto vittime. Attraverso sistemi di intercettazione dei segnali radio ‘prestati’ dall’Iran Hezbollah, che qui è radicato sul territorio come in nessuna altra regione settentrionale, è riuscito a prevedere dove e quando gli aerei avrebbero attaccato (sorprendendo le catene di comando israeliane, e preoccupando quelle americane).
Anche lo Shouman Hotel – proprio di fronte alle splendide rovine romane della città – è vuoto. Siamo gli unici clienti e, immagino, gli unici turisti anche qui.
Per strada non c’è nulla da fare. In una centro abitato almeno per l’80 per cento da ragazzi, non c’è un punto di ritrovo. I pochi bar e ristoranti del centro chiudono alle nove e mezzo.
Questo spiega perché su ogni lampione sia appesa una foto di un giovane shahid (martire) morto in combattimenti armati contro il ‘nemico sionista’.
Ce ne sono decine. Quasi tutti sui vent’anni, alcuni anche molto più piccoli.
Ci fermiamo in un ristorante dopo una lunga camminata. Anche qui, chiaramente, i tavoli sono vuoti. Ordiniamo due shawarma. Il proprietario fa finta di andare in cucina, esce dal retro e torna, dopo una decina di minuti, con due sandwitch comprati in un fast food poco distante.
Mi chiedo da quanto tempo abbia smesso di sperare nell’arrivo di clienti.
Tra qualche mese chiuderà i battenti, come la maggior parte dei locali della zona.
Venerdì, al mattino, visitiamo le splendide rovine romane, ancora soli.
Il silenzio è rotto solo a mezzogiorno quando, dopo l’adhan, comincia la khutba. Ci rendiamo subito conto che non si tratta del solito sermone del venerdì. Questa volta l’imam non parla di altro che della grande manifestazione di Hezbollah che si sarebbe tenuta a Beirut nel pomeriggio. Scorgiamo per le strade colonne di auto e minibus coperti di bandiere gialle che intasano in breve tempo il centro cittadino.
Quando arriviamo a Damasco, le immagini della guerra ancora vive nella nostra mente, scopriamo che alla manifestazione hanno partecipato circa 2 milioni di persone. Anche di più secondo al Manar. Nasrallah parla dal palco, minaccia le truppe UNIFIL, esulta per il "successo della resistenza’ davanti ai palazzi crollati di Beirut.
Due milioni di persone o più per festeggiare la fine di una guerra che, in realta', non ha avuto nessun vincitore ma solo migliaia di vinti.
postato da: Bazzu alle ore settembre 24, 2006 23:02 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica
Commenti

categoria:politica







