mercoledì, 23 agosto 2006

Turchi 054Otto giorni da favola. Certo stancanti. In tutto circa due giorni e mezzo in viaggio, sempre seduti in pullman, e sei di turismo puro. Comprare un biglietto aereo era troppo costoso e poi, in fin dei conti, ripercorrere su strada la via della seta ci è sembrata un’esperienza emozionante.

Prima tappa del viaggio la Cappadocia. Ci arriviamo dopo 17 ore di bus – 6 ore Damasco-Antiochia, 3 Antiochia-Adana, 6 Adana-Goreme più un paio di attesa per le coincidenze.

Confesso la mia ignoranza. Prima di vederla me l’immaginavo verde, con foreste rigogliose, fiumiciattoli, prati.

Niente di tutto questo, anzi. Il paesaggio della “Terra dei bei cavalli” è lunare, quasi completamente roccioso. Le montagne piatte e, a valle, centinaia di ‘camini di fate’ –meglio note come case dei Flinstones -. Molti erano abitati fino a una quarantina di anni fa, ora sono quasi tutti abbandonati. C’è chi ancora li usa come stalle o come enormi dispense per il frumento.

Troviamo al volo un albergo – molto carino, abbastanza pulito e, chiaramente, incastonato tra le rocce – e scappiamo a rilassarci in piscina.

Poi, visita in centro, cena inclusa. Ci sono italiani ovunque, la Grecia ormai è demodè la Turchia tira tanto negli ultimi tempi.

Il giorno dopo visita alle chiese rupestri del museo all’aperto di Goreme e a qualche paesino nei dintorni. Quelli più frequentati sono zeppi di hotel di lusso, discoteche, bar e ristoranti con tavoli in strada. Altri – e il contrasto è stridente – sono invece rimasti com’erano cinquant’anni fa. Ci fermiamo per un po’ a Cavusin. Il silenzio assordante rotto solo dalle urla di qualche bambino che gioca in strada incurante del caldo del primo pomeriggio. Poi a Urgup, a Mustafapasa, infine sulla cima di un’altura vicina, da dove ci godiamo uno splendido tramonto.

Il terzo giorno ancora visite, stavolta con una guida. Il caravanserraglio, le incredibili città sotterranee – anche queste abitate fino a qualche decina di anni fa –, e poi la valle di Ihlara dove ci fermiamo a mangiare in riva al fiume.

Torniamo a sera e, distrutti, ci incamminiamo verso lo stazionamento dei bus, da dove partiamo alla volta di Istambul. Viaggio notturno, durata 11 ore.

 

Arriviamo alle prime luci dell’alba. Scorgiamo in lontananza lo splendore di Aya Sofya e, soprattutto, della Moschea Blu. Una di fronte all’altra dominano Sultanahmet, sotto di loro il mare dello stretto del Bosforo. È bellissimo.

 

Per strada non c’è quasi nessuno, l’aria è fresca. La città è incredibilmente ordinata e pulita. Per noi, abituati al caos damasceno, sembra davvero di stare in Svizzera.

È ferragosto e gli alberghi sono praticamente tutti esauriti. Una buona dose di culo, però, ci aiuta a trovare in poco tempo un posticino giusto in centro. Posiamo le valige e comincia la visita. Prima la Moschea Blu – meno solenne ma forse più bella ancora della Moschea degli Umayyadi – poi l’imponente Aya Sofya, infine un po’ di meritato riposo sdraiati su un prato nel Parco di Gulhane.

Il secondo giorno è interamente dedicato al Gran Bazar, dove, oltre a rinnovare un po’ il guardaroba, compro finalmente una tawila – o backgammon – che qui come in Siria è praticamente lo sport nazionale.

Poi, la vera chicca della vacanza: serata spettacolo in stile turco in un ristorante a qualche chilometro dal centro. Come dire: capodanno in un locale di Villa Literno, cantante neomelodico incluso.

Il cibo è immangiabile, ma ad allietarci la serata ci pensano nell’ordine:

 

-         tre orribili danzatrici del ventre

-         un gruppo – triste, davvero triste – di ballerini direttamente dalla Cappadocia

-         altri tre ballerini/giocolieri/impressionisti che sperano di divertire il pubblico con lanci di coltelli e altro

 

In fondo al palco due ultrasettantenni suonano dal vivo, uno un tamburo l’altro uno pseudopiffero, accompagnati di tanto in tanto da altri musicisti.

L’acme della serata arriva però solo alla fine, riservato unicamente a chi, come noi, ha avuto il coraggio di restare fino alla fine incollato alle sedie.

Sono circa le 11 e una voce fuoricampo – chiaramente registrata – annuncia l’ingresso in scena di quella che dovrebbe essere la vera stella del locale: un tizio panciuto in elegantissimo vestito bianco che prima attacca con canzoni classiche turche, poi comincia a intonare qualche strofa di una ventina canzoni straniere in almeno dieci lingue tra cui cinese, iraniano e, chiaramente, italiano. Inutile dire che quando parte ‘O’ sole mio’ – unica canzone italiana in gara in questa speciale hit parade internazionale – mi alzo in piedi e comincio a cantare con lui, guadagnandomi il suo ringraziamento – stizzito - per la collaborazione non richiesta. Mi innamoro subito di quest’uomo che, a cinquant’anni suonati, ha il coraggio di rendersi ridicolo pubblicamente TUTTE LE SERE ALLA STESSA ORA.

Torniamo a casa consapevoli che dopo questa serata niente sarà più come prima.

 

L’ultimo giorno visitiamo il Palazzo Topkapi, residenza dei sovrani che nei secoli si sono alternati alla guida dell’impero ottomano. Certo, i sultani non si facevano mancare proprio nulla: il palazzo è immerso nel verde dei giardini di Gulhane, a pochi metri dal mare. Incredibile l’harem del sultano, che poteva ospitare fino a 300 concubine, così come il parlamento.

Splendido anche il museo del palazzo, che comprende oggetti di inestimabile valore, regali di questo o quel pascià, ma anche di molti sovrani europei. Pietre preziose, spade, diamanti sono esposti accanto ad armature antiche bellissime. A pochi metri di distanza, in un edificio non meno sfarzoso, sono esposti una serie di cimeli legati più o meno alla storia dell’islam. Dalla spada di Maometto, ai capelli del Profeta, fino alle prime chiavi della Ka’ba.

Sullo sfondo lo stretto del Bosforo, che attraversiamo più tardi, quando ormai è quasi sera. Ci imbarchiamo su un traghetto che percorre tutto il Corno d’Oro fino alle sponde del mar Nero toccando alternativamente le sponde europee e quelle asiatiche della città.

Al ritorno, cena in riva al mare – con tanto di posteggia – a base di pesce. Il tempo di scattare le ultime foto alle splendide moschee illuminate che dominano lo stretto e torniamo a casa, non prima di esserci goduti per l’ultima volta lo splendore della città.

Turchi 237L’indomani c’è un altro viaggio massacrante che ci aspetta. Dopo trenta ore filate di pullman Damasco ci accoglie la sera di sabato: disordinata, caotica, molesta come al solito.

postato da: Bazzu alle ore agosto 23, 2006 20:49 | Permalink | commenti (1)
Commenti
#1    24 Agosto 2006 - 00:03
 
Chi era il cantante neomelodico???
:D :D

PS: C'è un post fatto a post per te. Attendo tue...
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